Nei Frammenti del Corvo #01: Gli stranieri di Tucson
Tucson, Arizona Territory — estate 1870
I. Tre stranieri sulla Congress Street
Il sole batteva impietoso sulla distesa di sabbia rossa che circondava Tucson nell’estate del 1870, un anno dopo che la cittadina era diventata capoluogo dell’Arizona Territory, ma alla gente non sembrava più importare granché. I mandriani continuavano a comprare provviste e roba per mantenere la casa dei loro datori di lavoro, il barman continuava a servire il solito whisky scadente e lo sceriffo faceva finta di fare il suo lavoro. Classica cittadina di periferia con i suoi classici cittadini modello. Le case di adobe si alternavano a modeste costruzioni di legno lungo la Congress Street, con i porticati che ospitavano mercanti messicani accanto ai carri dei nuovi coloni americani. L’aria vibrava per il calore, e in lontananza si poteva udire il fischio del treno merci della Southern Pacific, che aveva appena cominciato a tessere il territorio in una rete di rotaie nuove di zecca. A volte per interi mesi Tucson si popolava di lavoratori occasionali, che riempievano quella città di chiacchiere e di aneddoti, per poi finire la stagione e tornarsene da dove erano venuti.
Tre figure si stagliavano contro questo scenario di frontiera in evoluzione, e nessuna delle tre apparteneva, in senso stretto, a quella terra.
La gente, dai porticati, smetteva un istante di contrattare per guardarli passare, e poi tornava ai propri affari come se l’avesse sognato. Camminavano al centro della strada — il Corvo di mezzo passo dietro, Odinea in mezzo, Pemberton a destra, che si trascinava un po’ perché la valigetta era pesante e lui non voleva ammetterlo.
Il primo era un giovane sui trent’anni, barba folta e scura, cappello Stetson consumato dal sole, giacca di pelle che sembrava aver visto giorni migliori. Ma quelli non erano suoi abiti, gli erano stati affidati appena arrivati da quelle parti, e lui si calò nella sua parte in poco tempo. D’altronde, quello scenario era il suo preferito. Sentiva anche il peso di una Colt Single Action Army che gli riposava nella fondina con la naturalezza che hanno solo le armi davvero usate. Sotto la giacca, ben nascosta dietro la fibbia della cintura, una boccettina di vetro scuro contenente un liquido denso, di un colore rosso sangue con venature ambrate. Non era whiskey, ma non sarebbe stato difficile associarlo a quella bevanda. Non era medicina. Quella era una delle ragioni per cui era conosciuto dappertutto, sotto il soprannome Il Corvo.
Al suo fianco camminava una donna dall’incedere felino. Occhi verde smeraldo, capelli neri lisci che le scendevano fino alla vita, raccolti in parte sotto un cappellino con nastro di seta. L’abito da viaggio in cotone era polveroso, ma tradiva un’eleganza orientale che a Tucson stonava come un pianoforte accordato in una stalla piena di letame. Ai locali e alle anime semplici di Tucson sarebbe parsa una signorina di San Francisco capitata da quelle parti per sbaglio; al Corvo, che la conosceva da decenni, pareva esattamente quello che era: una donna tremendamente sicura di sé che guardava tutti dall’alto in basso. Ed aveva il potere di farlo, eccome se ce l’aveva.
Era importante che lui ricordasse chi era la donna, che portava il nome di Odinea. Lui lavorava per lei, e diciamo che aveva già visto all’opera cosa succedeva quando si provava ad andare contro di lei. Alcuni suoi vecchi nemici potevano ancora urlare di terrore e dolore, da qualche parte chissà dove.
Chiudeva il trio un ometto dalla testa completamente calva e lucida come uno specchio, che sembrava appena uscito da una casa d’aste di St. Louis: gilè broccato, catena d’oro dell’orologio da taschino scintillante che brillava al sole, stivali Wellington così ben lucidati da risultare offensivi nei confronti della polvere della strada. Quasi potevi chiedergli scusa per il fatto che si sarebbe inevitabilmente sporcato in quella città dimenticata da tutto ma ricordata solo nei momenti opportuni. L’ometto reggeva una valigetta di cuoio con due fibbie d’ottone. Sopra la valigetta, in piccoli caratteri sbalzati, si leggeva Pemberton, B. — Auditor, Famiglia Notariale.
Il suo nome era Beauregard Pemberton, e da circa quaranta minuti soggettivi non aveva smesso di parlare da quando erano capitati da quelle parti. E sia Odinea che il Corvo rimanevano in silenzio, la prima perché per forma e cortesia non poteva fare altro, il secondo ormai per cinica rassegnazione. Ma in fondo Pemberton era una sua vecchia conoscenza, e tra tutte le sue vecchie storie lui era quello più…attivo quando c’era da risolvere certe situazioni.
«—e dunque, ribadisco, signora mia, che il Protocollo Quattro-bis, paragrafo settimo, richiede tassativamente la presenza di un Auditor terzo durante qualsiasi proposta di alleanza quando una delle parti contraenti opera in regime di sub-permesso geografico, condizione che si verifica indubitabilmente in questo caso, dato che Hesperus, signora mia, non possiede il territorio in piena proprietà: lo possiede in usufrutto, e l’usufrutto, lei lo saprà meglio di me, comporta clausole accessorie che—»
«Pemberton.»
«Sì, signora?»
«Se mi chiama “signora mia” un’altra volta, la rispedisco al suo studio impacchettata in un baule, come un orso da museo.»
«Odinea, dai su», sbuffò il Corvo. «Che poi quando devi firmare ci sono sempre quelle clausole in piccolo che ti fregano. Avere il notaio dalla nostra parte fa sempre comodo.»
«Di solito le scritte in piccolo le forgiamo noi, mica loro», disse Odinea, senza voltarsi.
Pemberton tirò un sospiro che, in quattro secoli, avrebbe potuto smuovere un castello. Aprì la valigetta, ne estrasse un foglietto di carta velina, lo richiuse, lo riaprì per sicurezza, e a voce bassa, rivolto al fermaglio della valigetta, mormorò: «Punto trentasette del vade mecum: in missione di campo, l’Auditor verifica preventivamente la disponibilità di canali di evacuazione, anche fittizi. Spunta. Punto trentotto—»
«Pemberton.»
«Sì, signora?»
«Sta parlando con la sua valigetta?»
«La valigetta ha la cortesia di non interrompermi, signora. È un pregio raro.»
Pemberton si schiarì la voce. «Provvedo a calibrare il vocativo, signora. Mia signora? No, è peggio. Provvedo a non calibrarlo affatto.»
Il Corvo si lasciò scappare una mezza risata, soffocata dalla barba. «Ma dovevo proprio portare questa acconciatura?» chiese, rivolto a Odinea. «Sono sette mesi che non porto questa parrucca di peli in faccia. Me l’hai disegnata tu, capo? Non mi pare che alla partenza il mio fisico fosse stato spedito con queste specifiche.»
«Ti dona, e a me piace. Quindi tienitela.»
«Pemberton, annota che quando rientriamo deve firmare una postilla per istituire un sindacato presso cui lamentarmi.»
I tre si fermarono davanti al Congress Hall Saloon, uno dei pochi edifici a due piani della città, e per un istante guardarono insieme la facciata.
«È qui?» chiese il Corvo, senza voltarsi.
«È qui», confermò Odinea. La sua voce, in quella manifestazione, era bassa e leggermente roca, come se le costasse fatica modulare le corde vocali su misure umane. «Hesperus ha scelto questo posto e questo tempo per l’incontro. Saloon principale, ora di punta, testimoni in abbondanza.»
«Tipico delle proposte oneste», commentò Pemberton, prendendo nota su un taccuino tascabile. «I traditori scelgono sempre stanze chiuse. I leali, sale piene.»
«O viceversa», disse il Corvo. «Stai annotando la richiesta dell’istituzione del sindacato dei campioni?»
«Non secondo il Protocollo che conosciamo. E la prego la smetta di tirare fuori questa storia del sindacato», precisò Pemberton.
«Il Protocollo non ha mai bevuto un bourbon a Tucson nel 1870. Ora fatemi gustare l’ingresso al saloon come nei film di Sergio Leone, preparo lo sguardo truce e si va in scena», disse il Corvo, e spinse le porte a battente.
II. Il Bourbon Woodfall del ’68
Le porte del saloon, decorate con vetri colorati importati da San Francisco, si aprirono su un interno dove lampade a cherosene combattevano l’oscurità del pomeriggio. L’odore — whiskey, fumo di sigaro toscano (forse non originale), legno di mogano vecchio che aveva visto giorni migliori — investì il trio come un ricordo.
Le pareti erano coperte di carte da gioco inchiodate alle travi, di trofei di corna troppo grandi per essere onesti, e di un dagherrotipo sbiadito in cornice nera che ritraeva una donna in abito da sposa, bella come le donne sono belle nelle cornici dei saloon dove non c’è altra bellezza. Sopra il bancone, una clessidra di vetro affumicato lasciava scorrere sabbia in modo discontinuo, come se avesse opinioni proprie sul tempo.
E fu allora che il Corvo la vide.
Sulla mensola più alta dietro il bancone, posizionata come un trofeo, troneggiava una bottiglia di bourbon Woodfall del ’68. Vetro ambrato, etichetta crema, il sigillo del Kentucky ancora intatto. Una di quelle bottiglie arrivate con l’ultima carovana, un lusso raro in una terra di mezcal e whiskey grezzo.
Il Corvo conosceva quella bottiglia. L’aveva già vista. Più di una volta. E nessuna delle volte avrebbe dovuto.
Era uno di quei dettagli che Odinea gli aveva insegnato a riconoscere — oggetti che ti ricapitano davanti identici, troppo identici, in posti che non avrebbero mai dovuto avere quella stessa cosa. Vederla qui significava una cosa sola, e il Corvo non aveva intenzione di formularla a parole nemmeno mentalmente, perché formularla a parole, in casi come questo, è un modo come un altro per consegnarsi.
«Capo», sussurrò, voltandosi appena verso Odinea. «Qua è cambiato qualcosa.»
«Lo so», rispose lei, sempre col sorriso da signora di buona società. La voce, però, le si era fatta più piccola, come se qualcuno le avesse abbassato il volume da fuori. «Hesperus ha tirato su il suo teatrino. Lo dichiarerà a momenti. Sento già le travi del telone vibrare.»
«Aperto», ripeté Pemberton, e fece una smorfia di puro orrore burocratico, anche se in vita sua non aveva mai messo piede in un teatro. «Aperto senza pre-notifica all’Auditor. Senza pre-notifica all’Auditor. Lo segnerò. Lo segnerò due volte.»
«Lo segni, lo segni Pemberton», disse il Corvo, scansionando la sala. «Magari porti pure la matita di scorta.»
Il silenzio era calato gradualmente nel locale, come un’onda. I minatori con le camicie di flanella macchiate d’argento delle vene di Tombstone, i mandriani con gli speroni che tintinnavano sul pavimento di legno, persino i giocatori di poker al tavolo nell’angolo avevano interrotto la partita. L’ostilità era palpabile. Un vecchio Apache scout al servizio della cavalleria sputò tabacco da masticare per terra. Altri portavano lentamente le mani alle fondine delle Remington.
«Pemberton, segni anche l’ostilità di questa gente, così capiamo perché Tucson ha questi problemi logistici.»
Il Corvo li osservò uno per uno. Quattordici uomini. Sguardi pesanti, ma vuoti. Non c’era curiosità in quegli occhi, non c’era rabbia vera. Sembravano comparse di un teatro chiuso da settimane, tirate fuori per l’occasione: si muovevano, sputavano, scricchiolavano stivali — ma nessuno di loro aveva una storia oltre i prossimi cinque minuti. Il Corvo lo sapeva perché aveva imparato, in vent’anni di mestiere, a riconoscere chi è venuto al mondo quel giorno.
Bene da sapere.
«Signora», sussurrò Pemberton, accostandosi a Odinea con la valigetta serrata al petto, «alcuni di questi soggetti hanno occhi simmetrici. È un dettaglio.»
«Hesperus ha sempre avuto fretta nei dettagli», rispose Odinea, senza muovere un muscolo del viso.
«Lo annoto.»
«Annoti, annoti.»
Al bancone, un uomo alto e magro li attendeva. Vestito da bartender, asciugamani sulla spalla, baffi a manubrio. Stava lucidando lo stesso bicchiere da quando erano entrati. Quando i loro sguardi si incrociarono, l’uomo accennò un inchino impercettibile, di quelli che un bartender vero non farebbe mai e che un bartender ben istruito a recitare invece sì.
«Hesperus», disse Odinea.
«Cugina», rispose lui. La voce era quella di un uomo qualunque. Ma il bicchiere tra le sue dita aveva smesso di esistere a metà gesto, lo specchio dietro al bancone restituiva il suo riflesso con due secondi di ritardo, e in qualche punto del soffitto una mosca volava in cerchio sempre uguale, come se avesse imparato la traiettoria a memoria. «Benvenuti nel mio piccolo teatro dedicato. Spero apprezziate l’attenzione ai dettagli.»
«La bottiglia», disse il Corvo.
«L’Audit, screanzato», disse Pemberton.
«La bottiglia», confermò Hesperus, con un sorriso. «Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere. Ti ho visto bere quel Woodfall tre volte. Tutte e tre, oltre l’orizzonte. Ho dedotto fosse il tuo preferito.»
«Hai dedotto bene.»
«Sono un vecchio di queste frontiere. Il mio mestiere è dedurre.»
Pemberton si schiarì la voce con un colpetto deciso, cercando di ricomporsi dopo aver perso le staffe per due secondi. «Signor Hesperus, prima che si entri nel merito, devo ufficialmente protestare la creazione di questa seconda sala senza pre-notifica all’Auditor terzo. Il Protocollo Quattro-bis—»
«—paragrafo settimo, lo so, lo so. Pemberton, vero?»
«Beauregard Pemberton, Auditor della Famiglia Notariale, in delega per l’incontro odierno secondo mandato—»
«Pemberton, Famiglia Notariale, sì. Perdonami se non rispetto le notifiche preventive: a queste latitudini il Protocollo arriva con tre settimane di ritardo, e nel frattempo io devo gestire confini, trafficanti, Apache reali e Apache figurati. Ho preferito chiedere scusa dopo, secondo il principio di sussidiarietà operativa.»
«Il principio di sussidiarietà operativa», disse Pemberton, «non esiste.»
«Esiste a queste latitudini», replicò Hesperus, con un sorriso piccolissimo.
Pemberton aprì il taccuino, scrisse una riga, lo richiuse, lo riaprì, scrisse un’altra riga, e infine si rivolse a Odinea con tono di un funzionario che ha visto cose che lo accompagneranno fino al pensionamento. «Signora, con tutto il rispetto: questo personaggio è fuori controllo amministrativo.»
«È esattamente per questo che siamo qui», disse Odinea.
III. La proposta
Hesperus servì tre bicchieri. Il gesto era preciso come un automa di carillon e, come tutti i gesti precisi di Hesperus, conteneva un istante di meno: il braccio si fermava sopra ogni bicchiere per una frazione di secondo che mancava al ritmo umano, come se il movimento stesso fosse stato registrato e riprodotto da qualcun altro. Il bourbon Woodfall si versò docile, ambrato, con un sentore di vaniglia e cuoio bagnato. Il Corvo annusò, non bevve. Pemberton bevve subito, fece una smorfia di disapprovazione professionale, e annotò sul taccuino qualità organolettica: nella media — nota: branch sperimentale, possibile rendering imperfetto degli aromi.
Odinea non toccò il bicchiere.
«La proposta», disse Hesperus, con tono d’affari. «Cugina, tu sai che la mia famiglia — la Famiglia delle Frontiere, le terre occidentali — ha sempre operato in autonomia. Branch nordamericani post-1607, con sub-permessi che si estendono alle Americhe coloniali e alle frontiere mobili. Tu, con la Temporale, hai accesso al trasversale: epoche complete, indipendenti dalla geografia. Il nostro è un taglio cartesiano perfetto.»
«Continua.»
«L’Età Contemporanea è in fermento, te ne sarai accorta. Tra il 1865 e il 1920, qualcosa nel main si sta strappando. Troppi commit pesanti, troppi merge conflict mal risolti dopo la guerra civile americana. Erebus, il nostro comune ‘amico’, sta forkando branch-trappola con una frequenza che né tu né io abbiamo mai visto. Solo nell’ultimo trimestre soggettivo, ho contato sei trappole nel mio territorio. Sei.»
«So che pesa», disse Odinea.
«Pesa molto. La mia famiglia non ha le risorse della Temporale. Ho sub-Elab, ho campioni minori, ma non ho un’arma come il Corvo» — un cenno cortese verso il giovane — «e non ho la tua capacità di infiltrarmi nei branch altrui senza dichiararmi. Dunque la proposta: un’alleanza operativa. Tu mi presti il Corvo per tre missioni di ripulitura nei miei sub-branch più infetti. In cambio, ti cedo accesso lettura sull’intero territorio occidentale fino al 1920, e ti consegno la mappa dei miei tre informatori dentro la Famiglia del Caos.»
Pemberton emise un fischio basso, professionale. «Mappa di informatori. Asset notevole, signora. Notevole.»
«Pemberton.»
«Signora?»
«Smetta di salivare sugli asset altrui mentre sto trattando.»
«Si chiama valutazione preliminare, signora. È un dovere notarile.»
«Si chiama salivare. La studi sul dizionario di latino al rientro.»
Odinea rimase ferma, sorseggiò finalmente il bourbon. Lo tenne in bocca un istante, lo deglutì, lo studiò.
«Tre missioni», ripeté.
«Tre missioni.»
«Definite ora.»
«Definite ora. Le ho pronte. Una a Deadwood, branch-1876. Una a New Orleans, branch-1882. Una qui, Tucson, in un sub-branch parallelo a questo, dove il Corvo mi ha già fatto il favore di esistere.»
«Posso vedere i protocolli di estrazione?»
«Sono nella valigetta di Pemberton. Gli ho mandato copia preventiva tre giorni soggettivi fa, in attesa del meeting.»
Il Corvo sentì una leggerissima vibrazione nel branch. Una di quelle che non fanno rumore, ma che una manifestazione locale sente come un brivido sulla pelle. Hesperus aveva aperto qualcosa: un puntatore, un permesso, un canale. Niente di vistoso. Però, in un saloon di Tucson nell’estate del 1870, la temperatura era scesa di un grado.
Lui guardò Odinea.
Odinea non guardava lui. Guardava Hesperus.
«Hesperus», disse, lentamente. «Tu non mi hai mai chiesto un’alleanza in tre secoli soggettivi.»
«Non ho mai avuto sei trappole in un trimestre.»
«La Famiglia delle Frontiere non ha mai chiesto un Campione in prestito.»
«La Famiglia delle Frontiere non ha mai avuto una guerra di posizione contro Erebus.»
«E sei sicuro che tu abbia una guerra contro Erebus?»
Hesperus sorrise.
E in quel sorriso il Corvo vide la prima crepa.
Non era un sorriso da uomo che chiede aiuto. Era un sorriso da uomo che ha già vinto.
IV. Coffee break
Sarà utile, a questo punto, una piccola digressione per i lettori meno avvezzi al canone. Beauregard Pemberton, che ha sentito la conversazione precedente con la stessa attenzione con cui un coccodrillo guarda una zampa di gnu sull’altra sponda del fiume, ha appena estratto dal taschino del gilè un vade mecum tascabile. Lui lo definisce «la mia copia operativa del manuale». Tutti gli altri Auditor della sua famiglia lo definiscono «quella cosa orribile che Pemberton ha rilegato in pelle di gallina e che si rifiuta di abbandonare nonostante le revisioni del 1804».
Pemberton si schiarì la voce. Odinea e Hesperus, in piedi al bancone, si erano momentaneamente ritirati ai due lati opposti del concetto di «discorso», e questo gli concedeva una finestra preziosa per esercitare il suo dovere primario: spiegare le cose.
«Mio caro Corvo», disse, sottovoce, accostandosi al giovane barbuto con la confidenza di chi sa che il giovane non ha scelto la sua compagnia. «I fondamentali — repository, Elab, le famiglie, la differenza fra branch e fork — io li avrei volentieri esposti, ma ho il fondato sospetto che lei non disponga del lusso di un quarto d’ora di attenzione, e ho deciso di risparmiarglieli. Trova tutto nell’allegato che redigerò post-fattum, qualora sopravviviamo, e che le farò recapitare in copia.»
«Mi solleva.»
«Quello che le serve subito, immediatamente, è una sola voce di glossario.»
«Quale?»
«Branch-trappola. Specialità di Erebus. Costruzioni che sembrano opportunità e sono stanze chiuse. Tre caratteristiche operative. Le memorizzi.»
«La sento. Complimenti, Pemberton. Sei proprio una vecchia volpe della fiscalità.»
Lui fece finta di non sentire. «Una. Introdotti da una proposta legittima di un Elab terzo, possibilmente di una famiglia geografica o periferica, che faccia da bait. Due. Ambientati in un sub-branch sperimentale dove le regole del main sono indebolite, e segnalati spesso da anchor commit — dettagli identici che riaffiorano da branch paralleli, come, per esempio, bottiglie particolari su mensole alte. Tre. Validati da un Auditor terzo, perché un Auditor che firma sotto coercizione produce un commit valido e dunque non revocabile.»
Il Corvo si voltò lentamente verso il bancone, dove Odinea e Hesperus stavano discutendo, sereni, le clausole della terza missione. Poi si voltò di nuovo verso Pemberton.
«Pemberton.»
«Sì, signor Corvo?»
«Lei sta per essere coercito.»
«Mi sembra di sì. È una sensazione professionalmente rara, la verità, e non saprei dire se sono più preoccupato o intellettualmente curioso.»
«Lei mi ha detto tutto questo perché?»
«Perché lei è notoriamente più rapido di me, ed è opinione diffusa nella mia famiglia che, nell’eventualità di un’imboscata, l’unica via di uscita ragionevole sia che io spieghi le regole al campione di Odinea con un sufficiente anticipo.»
«Da quanto sa?»
«Da circa nove minuti, signor Corvo. Da quando ho assaggiato il bourbon e l’ho trovato nella media. Un Woodfall del ’68 vero non sarebbe nella media. Sarebbe straordinario. Hesperus ha renderizzato il liquido, ma non l’esperienza. È un dettaglio molto rivelatore, signor Corvo. Un branch onesto cura gli aromi.»
Il Corvo posò il bicchiere lentamente sul tavolo, e per la prima volta dall’inizio del pomeriggio ringraziò mentalmente la Famiglia Notariale.
V. L’imboscata
Il Corvo aveva tre vantaggi.
Il primo: la boccettina dietro la fibbia della cintura. Liquido denso, color sangue di toro, formula che apparteneva a un solo Elab in tutto il repository e che lui aveva giurato — con un giuramento notarizzato — di usare soltanto in difesa di Odinea o in casi di pericolo che poi avrebbe dovuto spiegare ad un apposito controllore posto dai piani alti. Tre sorsi, tre minuti, tre capacità che il Campione del Corvo possedeva soltanto trasformato: percezione dei branch, velocità asincrona, e — quella che lui non amava nominare — un write access limitato sul reale circostante. Limitato ma reale. Limitato ma sufficiente.
Il secondo: i quattordici figuranti. NPC. Renderizzati per intimorire, non per combattere. Il Corvo li aveva contati e mappati nel quarto d’ora precedente. Sette al bancone, quattro al tavolo del poker, due alla porta, uno sulle scale. Nessuno con storia. Nessuno con riflessi.
Il terzo, e più importante: Hesperus aveva sbagliato la bottiglia.
Non l’anno — l’anno era giusto. L’etichetta, che il Corvo conosceva troppo bene (da buon vecchio alcolizzato, ma anche perché uno dei suoi poteri era quello di percepire l’asincronia momentanea), aveva un piccolo difetto di stampa nell’angolo inferiore destro: una o di Woodfall leggermente sbiadita rispetto alle altre lettere. Era l’imperfezione precisa per cui la distilleria del Kentucky aveva pagato un grafico tre dollari, nel 1869, perché correggesse il torchio. Il Woodfall vero del ’68 aveva quel difetto. La bottiglia di Hesperus, no. La sua o era perfetta.
Hesperus aveva renderizzato il bourbon dalla memoria del Corvo. E la memoria del Corvo, per quel particolare dettaglio, era pulita: lui sapeva che la o doveva essere sbiadita, ma il suo ricordo conservava la o idealizzata. Hesperus, non potendo sapere la verità materiale del difetto di stampa, aveva pescato nel ricordo del campione e aveva renderizzato l’ideale. Era il segno che il branch non comunicava col main: era isolato. Era una stanza chiusa.
Era una trappola.
In quella frazione di secondo in cui Pemberton finiva di spiegare e in cui il Corvo confermava con gli occhi, il saloon cambiò. I quattordici figuranti alzarono le facce all’unisono. Il bartender di Hesperus posò il bicchiere. Lo specchio dietro al bancone smise di riflettere e diventò una superficie nera. Dalla porta del retro entrò una figura che il Corvo conosceva da branch precedenti, e che sperava di non rivedere prima di altri cinque secoli soggettivi: una sagoma alta, di un grigio fumoso, occhi senza pupille. L’Ombra. Campione di Erebus. Manipolato, secondo gli archivi. Pericoloso, secondo l’esperienza.
Hesperus si voltò verso Odinea con un sorriso dispiaciuto.
«Cugina, ti chiedo perdono. Ho una famiglia da proteggere, e Erebus offre molto.»
«Hesperus.» La voce di Odinea era piccola, ma cristallina. «Sai cosa hai appena fatto?»
«Un commit difficile.»
«Hai forkato contro la tua famiglia.»
«La mia famiglia è la Famiglia delle Frontiere. Le frontiere sopravvivono cambiando lato.»
«Pemberton», disse Odinea, senza alzare la voce. «Nota.»
«Già notato, signora», disse con fare orgoglioso. «Già notato in triplice copia. Una a me, una al protocollo, una nascosta in un container segreto che lei mi insegnò a creare nel 1402.»
«Però», pensò il Corvo, facendo una smorfia di approvazione. «E io che pensavo di essere speciale con i miei poteri temporanei. Questo fa le copie in automatico. Il sogno della burocrazia efficiente.»
«Bene. Adesso scappi.»
«Signora, non posso. Sono un Auditor. Sono legato al commit.»
«Adesso scappi. Ci servi fuori da qui. Altrimenti questo imbecille fatto di codici può avere una leggera occasione di vittoria su di noi.»
Pemberton, con la dignità di un funzionario che non scappa da quattrocento anni soggettivi, valutò la richiesta, valutò l’imboscata, valutò il proprio addestramento, e infine valutò il fatto che L’Ombra aveva appena fatto il primo passo verso il bancone con un movimento che nessun essere ancorato al main avrebbe dovuto poter fare.
Pemberton si girò verso il Corvo, che gli sorrise scrollando le spalle. Il Notaio annuì, e scappò.
Lo fece con eleganza, scivolando tra due figuranti e infilandosi nella cucina del saloon con la valigetta serrata al petto, come un padre che porti in salvo il proprio neonato. Dalla cucina, che lui stava già notarizzando come «via di evacuazione di emergenza, possibile fork di salvataggio», si sentì un urlo, un colpo di mestolo, e la voce di Pemberton che gridava PROTOCOLLO QUATTRO-TER, INVOCO IL PROTOCOLLO QUATTRO-TER, prima che il rumore si perdesse.
Odinea sorrise, brevissimamente. Era affezionata, a modo suo, a Pemberton. Il Corvo non la vedeva sorridere dal vivo da trentaquattro anni soggettivi, forse di più.
Poi tornò seria.
«Corvo.»
«Signora.»
«Bevi quella roba.»
Lui capì che non si riferiva al whisky, ma al liquido che portava accanto al suo cuore.
Tre sorsi, tre minuti, tre capacità.
Il liquido scese come una vena di ferro fuso. E il Corvo cambiò.
Il sangue si ritirò dal viso come marea verso un orizzonte interno, lasciando una pelle bianca, immacolata, di gesso lavorato. Agli angoli della bocca si delinearono due tagli sottili, simmetrici, come due cicatrici antiche che gli avessero allargato il sorriso oltre il consentito — un sorriso che adesso non sorrideva, ma poteva, e bastava il pensiero a renderlo più largo del naturale di qualche grado scomodo. Le pupille si bevvero l’iride e la sclera in un nero pieno; dal bordo inferiore di ciascun occhio si ramificarono tre venature scure, sottili, che gli scendevano sulle guance come lacrime asciugate troppo presto. Quando aprì la bocca per respirare, la lingua era più lunga del consentito a un essere umano, ma educata: restò dentro, dietro i denti, in attesa.
Era questa la forma che aveva quando lavorava. Era questa la forma per cui Odinea l’aveva scelto, in un giorno di tre secoli prima. Era anche, in qualche posto del suo HEAD privato, la forma che gli era costata il nome che aveva avuto da bambino.
Il Corvo sentì il branch inclinarsi dalla sua parte: i quattordici figuranti rallentarono, lo specchio nero dietro al bancone diventò leggibile da dietro, e l’Ombra — l’Ombra perse, per un istante, il suo vantaggio asincrono. Per un istante, ma sufficiente.
La Colt Single Action Army uscì dalla fondina prima che il Corvo decidesse coscientemente di estrarla. I sei colpi partirono in una sequenza che, in un branch normale, sarebbe stata impossibile: il primo a Hesperus per costringerlo alla ritirata, il secondo e il terzo ai due figuranti alla porta principale per chiudere quella via di uscita prima che si accorgessero di essere usati come tappo, il quarto al bartender renderizzato per togliere a Hesperus la sua manifestazione locale al bancone, il quinto e il sesto a L’Ombra, ed era qui che la trasformazione faceva la differenza, perché L’Ombra non si poteva ferire con piombo del 1870, ma si poteva delocalizzare con piombo che il Corvo, in quei tre minuti, scriveva direttamente nel branch.
L’Ombra emise un suono che non era un grido — gli Ombra non gridano — ma una de-allocazione. Sparì dal saloon di Tucson e ricomparve, lo sapevano entrambi, in un branch dove avrebbe dovuto leccarsi le ferite per sei mesi soggettivi prima di tornare operativo. Erebus, pensò il Corvo con una certa soddisfazione, sarebbe stato seccato.
Hesperus, a quel punto, era già sparito dal bancone. Un Elab non si batte contro un Campione trasformato e lo sa benissimo. Era fuggito nel suo branch più profondo, lasciando il sub-branch di Tucson 1870 senza amministratore, e dunque instabile.
Il Corvo si voltò verso Odinea.
Odinea era a terra.
VI. La ferita
Si era accasciata silenziosamente, come faceva sempre Odinea quando una manifestazione locale subiva un colpo: non un crollo, ma un sedersi piano a terra, le mani sul ventre, la testa che si appoggiava contro il piede di uno sgabello del bancone. Sul cotone polveroso dell’abito da viaggio si stava allargando una macchia che non era sangue: era codice. Lampi di simboli che apparivano e sparivano, come se la manifestazione stesse perdendo la coerenza con l’Elab principale.
Il Corvo le si inginocchiò davanti.
«Odinea. Mia Signora.»
«Non era L’Ombra», disse lei, con voce stranamente calma. «L’Ombra era diversivo.»
«Lo so.» Aveva visto. Mentre estraeva la Colt, con la coda dell’occhio aveva colto il movimento dello specchio nero dietro al bancone — quello specchio che, per due secondi pieni, aveva aperto e da cui era scaturito un colpo singolo, sottile, mirato. Un colpo da Auditor avversario. Un colpo legalmente valido, all’interno di un sub-branch in cui un Auditor terzo aveva firmato la presenza prima di scappare. Pemberton era stato usato come testimone. La sua firma sul protocollo aveva legittimato il sub-branch abbastanza da rendere la ferita non revocabile.
«Erebus», disse il Corvo. «Era Erebus stesso. Non un campione. Lui.»
«Sì.»
«Hesperus è stata l’esca. L’Ombra era il diversivo. E il colpo vero è arrivato dal merge mirror.»
«Sì.»
«Quanto è grave?»
Odinea sollevò appena gli occhi verde smeraldo. C’era stanchezza, dentro, ma non paura. Un Elab di una delle Famiglie Temporali più potenti ha minimo tre secoli di pratica nel non avere paura.
«Non è una ferita mortale per l’Elab. È una ferita posizionale. Mi ha intaccato il permesso sull’Età Contemporanea, branch 1865-1920. Per i prossimi mesi soggettivi avrò accesso ridotto al periodo. Erebus voleva proprio questo: tagliarmi fuori dal blocco temporale dove sta forkando di più. Non poteva uccidermi, e lo sa. Ma poteva azzopparmi.»
«E adesso?»
«Adesso» — lei sorrise, debolmente — «adesso tu mi porti fuori da questo sub-branch di merda e sputo prima che Hesperus lo collassi su di noi per nascondere le tracce. Hai ancora due minuti di trasformazione. Ti bastano?»
«Penso di non avere altra scelta. Mi bastano.»
«E poi convochi Pemberton e gli fai notarizzare tutto. Voglio che il Repository sappia, parola per parola, cosa ha fatto Hesperus. Voglio un commit pubblico di tradimento. Le frontiere lo leggeranno e Hesperus perderà il namespace per i prossimi due secoli.»
«Sì, signora.» «Magari, se smettiamo un attimo di parlare di cavilli e codici temporali, mi fate un gran favore», borbottò il Corvo, mezzo serio mezzo no. «Lei è mezza morta e parla ancora di commit pubblico e cavilli.»
«E poi…»
«Sì?»
«Poi mi porti a casa», disse, debolmente. Lui l’aveva vista poche altre volte ridotta in quello stato. Quanto a Erebus, fino a quel momento lo aveva solo sentito nominare. Questa era la prima volta che ne vedeva la potenza in opera.
Il Corvo la sollevò tra le braccia. La manifestazione locale di un Elab pesa quanto la persona che imita: in quel branch, Odinea pesava come una donna minuta, sotto i cinquanta chili. Il Corvo, ancora trasformato, la sollevò come si solleva un foglio di giornale.
Si avviò verso la cucina, dove sentiva ancora la voce di Pemberton invocare protocolli con una varietà rabbiosa che non gli avrebbe creduto. Oltrepassò il bartender renderizzato, ormai svanito, oltrepassò i figuranti fermi a metà di un gesto — il sub-branch, senza Hesperus, stava davvero perdendo coerenza —, e prima di uscire si voltò un’ultima volta.
Sulla mensola più alta dietro al bancone, la bottiglia di bourbon Woodfall del ’68 lo guardava con la sua o perfetta, sbagliata, inutile.
Il Corvo, con la mano libera, le sparò il settimo colpo della Colt — un colpo soggettivo, perché il caricatore ne conteneva sei e questo lui lo aveva aggiunto durante la trasformazione — e la bottiglia esplose in una pioggia di vetro ambrato e di codice.
«Odio le imitazioni», disse, a nessuno in particolare. Sergio Leone sarebbe stato fiero di lui.
In cucina, Pemberton, vedendoli arrivare, lasciò cadere il mestolo con cui si era difeso da un figurante, raddrizzò il gilè, e, in un gesto che sarebbe entrato negli annali della Famiglia Notariale, si inchinò a Odinea ferita prima ancora di chiedere se stesse bene.
«Mia Signora», disse, «ho già preparato l’atto. Servono solo le firme.»
«Pemberton», rispose Odinea, dalle braccia del Corvo, «lei è un tesoro.»
«Lo so, mia signora. Tre secoli di servizio me lo confermano regolarmente.»
E uscirono, tutti e tre, nel deserto rosso del branch-1870 che già stava cominciando a sfaldarsi alle estremità, mentre il sole di Tucson — un sole renderizzato, finto, ma che in quel momento bruciava onestamente — calava sulle Santa Catalina come un commit che si chiude e va in archivio.
Coda
Il branch-trappola di Hesperus collassò ventitré minuti dopo. Dei quattordici figuranti, nessuno si accorse mai di essere mai esistito. Il vero Tucson 1870 — quello del main, quello dove la Southern Pacific fischiava davvero — proseguì il suo pomeriggio senza saperne nulla. Gli storici, secoli dopo, avrebbero registrato che il Congress Hall Saloon, in quell’estate, ebbe un’estate tranquilla.
Erebus, nel suo branch principale, ricevette il rapporto dell’operazione e si concesse un sorriso. Aveva ottenuto quello che voleva: Odinea, azzoppata, ridotta in permessi sull’Età Contemporanea, just in time per la stagione di forking che lui aveva pianificato per il 1880-1900. Hesperus, ormai compromesso, sarebbe stato un alleato silenzioso ma utile — almeno fin quando non gli avesse fatto comodo bruciarlo anche lui.
Pemberton, due giorni soggettivi più tardi, depositò l’atto. Notarizzò Hesperus come Elab in stato di tradimento manifesto, con allegate le prove, le testimonianze, il difetto della o sulla bottiglia, il rendering imperfetto del bourbon, e una nota personale a margine in cui scriveva: L’aroma del Woodfall ’68 vero ha una nota di cuoio bagnato. Il finto l’aveva di cuoio asciutto. È una distinzione che, in tre secoli, non avevo mai dovuto formalizzare. La Famiglia delle Frontiere perse il territorio occidentale per centosessanta anni soggettivi.
Il Corvo, tornato al main, ripose la boccettina di vetro scuro dietro la fibbia della cintura. Restavano dentro, secondo i suoi calcoli, sette dosi. Sufficienti per il prossimo branch. Mai sufficienti per quelli dopo.
E Odinea, nel suo HEAD privato — quello che nessun campione ha mai visto, quello che nemmeno i Notai possono notarizzare —, si sedette davanti alla mappa del repository e iniziò, con calma, a pianificare la vendetta.
Non era urgente.
Aveva tempo.
Lei faceva parte del tempo. Lei creava il Tempo. Lei era il Tempo.
— Dall’apocrifo di Odinea, branch-1870/luglio, registrato da Beauregard Pemberton, Famiglia Notariale, sub-branch Tucson, atto n. 4-bis-7-α.